venerdì 14 ottobre 2011

Io

Quanti incidenti frontali ho avuto con la mia coscienza!
poetafolle coscienzioso

lunedì 14 dicembre 2009

A papà

Ho le tue stesse mani
(quelle di tuo padre)
sporche d’inchiostro
-tu per necessità,
lavoro, raziocinio
io per illusione
follia -.
A volte trascendi
come dio
per insegnarmi la dolorosa distanza
il distacco
per espiarmi dai tuoi sbagli
e poi immani
per difendermi dai miei!
Mi manchi,
mancano l’austerità dei tuoi pensieri
la dolcezza delle parole,
la tua conoscenza
la naturalezza nel diffonderla
la riverenza verso il cielo
il tuo peccato terreno!
Tu Abele
io Caino!
Riducimi
tienimi tra le braccia
come le notti insonni
a profondere consolazione
annullandoti.
Vivi la mia agonia
piangendo la tua morte!
Hai odiato i miei sbagli condividendoli
assorbendo la conseguenza di un errore
l’hai fatto tuo purificandolo:
imboccandomi miele
ingoi veleno!
Nelle tue mani
ho visto me
un uomo nudo
fasciato come il primo vagito
disilluso
m’hai insegnato ad essere ciò che mi rimane:
un uomo nudo
fasciato come il primo vagito
nelle tue mani!

venerdì 30 ottobre 2009

MAELIO -vita di un'anima-

Maelio – vita di un’anima -

( Na 8/6/98 ore 23:54)

…poi calò la notte.
Era steso sul letto col cuscino tra le gambe e tutto era silenzio – spezzato dal tic-tac continuo dell’orologio invisibile -. Una semplice luce sgusciava tra le persiane chiuse e rabescava di colori opachi e simili parte della stanza; il caldo intenso obbligava Maelio a respirare più profondamente e sorseggiare spesso la bottiglia d’acqua posta per terra.
Il display del videoregistratore segnalava le 23:00.
Il giovane non era affatto stanco ed in certi tratti appariva quasi spaventato di quest’incerto momento che non osava nemmeno allungare il braccio per afferrare la bottiglia o addirittura cambiare posizione per accomodarsi meglio sul letto che minuto dopo minuto, diveniva più scomodo. Le zanzare planavano sulle orecchie con rumori d’auto da corsa ed invano tentava d’ammazzarle agitando di continuo le mani su tutta la testa sudata.

( Na 10/6/98 ore 3:22)

Allora accese la TV per ingozzarsi d’immagini – mentre sulle gambe delle sensazioni simili a dei pizzicotti gli facevano capire che dovrà dar da bere, per tutta la lunga notte, a quelle figlie di vampiro -.
La sete aumentava, ma l’acqua della bottiglia era troppo calda, così s’incamminò verso il frigo per deglutire liquidi freschi; di notte, però, ogni passo s’amplifica, ogni singolo minimo suono che il dì soffoca diviene fracasso, disarmonia di continui rumori desueti, ma per lui interessanti che per un attimo l’incuriosiscono facendolo divenire un creativo: apre la porta battendola con delle pedate, poi la chiude con moderata decisione, spalanca il frigo e prendendo una bottiglia di succo d’arancia l’urta con quella del vino, poi la poggia con veemenza da fabbro sul tavolo, la risolleva verso la bocca, beve avidamente, fa un balletto lungo il corridoio, ripone la bottiglia nel frigo – dopo averla leggermente e con suono tintinnate urtata col barattolo della marmellata – e ritorna a passo ritmico nella stanza; ma non ha sonno. Programma la TV in modo che dopo 20 minuti d’accensione si spenga automaticamente, affinché quella palla di luce dalla voce fioca possa indurlo al sonno.
Macché, il tempo scorre: un botto luminoso e poi tutto buio con sottofondo d’olio che frigge proveniente dalla TV spenta che scarica radiazioni.

Una notte.

Svelta, lesta agile
la mente ebbra vaneggia
nella calura notturna
ventilata da morbidi soffi vespertini,

assopita – in istanti cosmici –
distrae il volto dalla notte
e vedo il giorno
i soli mattutini
cieli glauchi e verdi boschi
che armonizzano gli eventi.

Una notte senza anima né corpo
pavoneggia i suoi mantelli lucenti

ronzando sul mio sguardo
che in un delirio imperituro

agogna il dolce siero della morte.

Na 24/3/99 ore 21:00

Fissando il buio cominciò a riflettere su come parecchi atteggiamenti familiari fossero divenuti giornaliere consuetudini, e su alcune anomalie psichiche che manifestava semplicemente per imitare i suoi passati maestri.
Per quanto riguarda le consuetudini una in particolare era divenuta ripetitiva al massimo, identica tutti i giorni : quella del dopocena col padre, perché s’era trasformata in una sorta di duetto ozioso : finivano di cenare, s’alzavano da tavola e mentre Maelio s’avviava al bagno, il suo papà preparava del caffè; Maelio dopo aver chiuso a chiave la porta urinava,poi, inginocchiandosi pregava - per 5 minuti -; il padre, preciso come uno svizzero, dopo che Maelio aveva pregato esattamente 5 minuti, forzava la maniglia della porta del bagno per entrare esclamando: <<>>. Subito il ragazzo si rizzava in piedi, prendeva del dentifricio, ne posava una piccola dose sullo spazzolino e pulendosi i denti, faceva accomodare il padre che gonfiava il petto per sembrare più mastodontico.
Allora Maelio, come di consueto, diceva al genitore: <<>> ed il padre con una velocità desueta, faceva saettare il suo indice destro – come frusta di padrone che punisce – colpendo il figlio a volte su d’un gluteo, a volte su d’una gamba: il dolore che provocava quel gesto era atroce e localizzato – sembrava che qualcuno avesse dimenticato un fiammifero acceso su una parte del corpo suo -.
Delle disfunzioni psichiche, manifestazioni di delirio, follia, di genialità – le definiva – c’è poco da dire, basta leggere la poesia di Rimbaud “poeti a sette anni” per capire quali manie Maelio soleva sottoporre il suo corpo per sentirsi dire da se stesso – perché amava molto parlare con se - :<<>>.
Na 25/3/99 ore 10:03

Non riusciva a capire, però, da dove avesse preso spunto un altro gesto alquanto strano, cioè, immergere il capo nella tazza del water-closed e sentire come il sangue “si portava alla testa” stordendolo; la cosa non finiva qui, sapete, perché non appena capiva che un certo torpore avvinghiava i suoi anelli d’assenzio attorno al capo, s’alzava di botto e cominciava a vedere sfumate immagini che gli giravano davanti agli occhi; cosi, confuso, cadeva a terra, serrava le palpebre e aveva “terremoti d’universo”.

Na 14/4/99

Maelio possedeva tutto un suo modo di fare e di porsi di fronte ad un libro da leggere o, quando era ancora studente, da imparare. Perché mentre studiava ad esempio la vita del Foscolo era capace di digredire mentalmente - smaterializzando ciò che lo circondava, interponendo tra il testo scritto e il suo pensiero una sorta di nulla concreto che lo serrava, isolava con un nebbioso tessuto di fumi bianchi - e ritrovarsi a cavalcare gli asteroidi, poi fare l’amore, avvalendosi di molte posizioni del Kamasutra, con Manuela Arcuri, per, d’improvviso, proiettarsi in qualche chiesa protestante di Toronto a predicare un Sermone biblico sciogliendo, con la potenza spirituale della sua persona, l’anima di numerosi fedeli che l’ascoltavano; dopo ricordava il mare siciliano dove con i suoi numerosi amici e col “suo unico motivo di esistere”( povero e piccolo ragazzino) Elisa faceva lunghi bagni. Era la volta anche dell’apoteosi, dell’essere consacrato sommo poeta e maestro riconosciuto dalla gente, artista estroso col cappello alla Pessoa e la pipa di suo zio Domenico – defunto da qualche anno – con un lungo paltò nero-vellutato e le scarpe dal tacco schioccante che si mostra pieno d’albagia per le strade di Bologna, Milano, Parigi, Catania , Pietroburgo e risponde al saluto timido e carico d’ammirazione d’un passante con un sorriso fulgido, ma intenso, da amico di tutti. Quindi, dopo aver immaginato d’essere al fianco della Houston nel film “ Guardia del corpo” e dopo aver consumato assuefazioni d’animo ascoltando i fragorosi battiti della pioggia che cade sul suolo asfaltato di Oslo – che goduria, che spasimo dolce è il vedere quel pianto di cielo, quella parte di nuvola che sfracella il suo volto – ritornava sulle righe del libro che parlava delle “illusioni” del Foscolo : per questo riusciva a stare seduto e leggere per 8 ore di seguito!

Na 21/6/99 (compl. Papà) ore 8:30 (dopo essere quasi svenuto)

L’unico suo rimpianto era sempre quello di non sapersi godere la vita, viverla alla giornata, con gioia, ottimismo, indifferenza: da giovane! No, tutto era ermetico, da programmare, rattristante; 20 anni di singhiozzi prematuri, senili, 20 anni dove ingoiava ogni speranza che voleva tirarlo almeno col suo lungo naso fuori da una vita eremita, triste, ma per lui, purtroppo, indispensabile; troppo sua.
D’un tratto tutto si dileguò – persino il suo corpo - . Ogni minima, esile forma della sua stanza con i suoi oggetti smarrì. In una forte estasi razionale si riportavano davanti ai suoi occhi argillosi e solcati da un gelo che bloccò il suo corpo, oblii, reminiscenze, vaghi rimpianti e ambizioni di chi – come lui – aveva avuto tutto di nulla, ma tutto dai sogni! Il bosco, le case al di là del folto fogliame, s’immischiarono in un turbinio acherontico che ruotava in senso orario fino a che una nausea orribile avvolse completamente il suo addome torcendolo.
Cadde. L’infermiere che da poco gli aveva prelevato del sangue dal braccio sx, lo stese sul letto, gli alzò in alto le gambe con dei cuscini ed il giovane sentì che un torrente fresco d’aria, entrante dalla finestra spalancata dalla madre avvilita, avviluppava il suo corpo molliccio fino a quando gli occhi coperti dalla tempesta frenetica fiutarono gran bonaccia, mentre la fronte cominciò a sudare lacrime calde. Ah, tutto era passato! L’unico suo desiderio in quel momento di forte emozione era divellere il cuore dal petto e divenire anima per sempre.
Da quell’instante in poi, Maelio si rese conto che la sua vita sarebbe volta al termine molto precocemente, ma soprattutto che tante cose il lui non andavano.
La cosa buffa e che l’infermiere e la madre cominciarono a stilare supposizioni infinite per cercare di capire la causa di tutto ciò – tra le quali quella che il giovane era in una piena crisi di nervi - . Maelio, però, conosceva benissimo il motivo: è la piena consapevolezza che un giovane artista deve avere e passare: vivere morendo; morire per poi risuscitare ed essere diverso; pensare, comporre, creare in ogni stramba situazione possibile. Ogni situazione deve manifestarsi per il completamento dell’artista! Sì, quel mal essere fisico doveva esistere, far parte del suo bagaglio d’esperienze!

Un mio verso

Più nascosto
oltre, al di là
del letame d’immagini odierne
inutilmente
il verbo ingozza di versi
il famelico demone.

La follia è andare
la pazzia è restare!

Torcerò le meningi
sino a che l’ultima goccia
non sarà un altro inutile pianto commiserevole,
seccherò questa fertile anima
sino a che il fusto benevole
non fiorirà tumori
premendo dal pavido cuore
l’essenza endogena che diverrà veleno!

Vivrò nell’inutilità di vivere!

ROMA 20/11/99 ORE 20:35 – ore 21:35

…poi, esausto, si fermò!
Seduto sul tavolo del vice comandante, cominciò a scrivere e trovare conforto nel foglio che si sporcava d’inchiostro. In quell’istante non era più solo: stava parlando con se, scriveva di se.
Ah, porca miseria, da ben 5 mesi svolgeva il servizio di leva a Roma, precisamente da luglio. Ma non importa ciò!
Ciò che potrebbe interessarvi, invece, è il fatto che cominciò a soffrire di “allucinazioni volute”, cioè, visioni che, senza effetto di sostanze stupefacenti o alcolici, riusciva a vedere e vivere, secondo lui, realmente. Il giovane poeta le ricercava per evadere dal mondo ristretto e dall’abulia che giorno dopo giorno possedeva sempre più i suoi occhi con un’austerità mortale.
In più, Elisa, l’ultimo suo alito di vita, spirò: lo aveva lasciato! cosi, improvvisamente – ma anche questo non ha importanza? -.
Cedeva spesso ad onirismi demoniaci che l’imprigionavano dentro i suoi stessi dolori, procurati dalla delusione dell’essere stato tradito anche dall’indispensabile, dalle certezze che per lui erano forza, fugaci, ma intense tempeste di vita, buon umore.
Era rimasto proprio solo e nei tanti momenti bisognosi di luce non poteva fare a meno di legare con qualsiasi cosa – animata o non –che poteva illuderlo, che poteva aiutarlo a dimenticare, a trascorrere ancora qualche momento solare, vivo e pieno.
Smise così di mordere la luna e la rimise al suo posto; ne prese solo un altro piccolo spicchio conservandolo nella tasca della drop.

Roma 09/12/99 ore 10:05

Cominciò a piovere. Maelio sorrise, balzò fuori da un sogno estasiante e sporse il suo capo fuori dalla finestra per essere carezzato dalla pioggerellina che diveniva sempre più tenue e delicata – voleva anche scendere giù al cortile, ma non si sentiva pronto per affrontare il tempo così palesemente-.
Finì così per sospirare, mentre il volto ( servizio Fs comando –Roma 19/12/99 ore10:40 ) si coperse di goccioline gelide – poté finalmente piangere confondendo le lacrime con la pioggia -.
Pensò ad Elisa, a quando insieme progettavano il loro mondo, alle notti di passione ingorda, ma anche di delicatezze, di baci caldi e soffi d’aliti eccitati sul collo.
Ricordò l’armonia dei loro gesti e quando cominciarono a scoprire i loro corpi, ad eccitarli, a farli godere all’unisono.<> si dicevano sempre. Erano, nel loro piccolo, una grande famiglia, già marito e moglie.
Sentì della labbra carnose che gli sfioravano la fronte, poi una lingua insalivata che gli pizzicava l’orecchio – chiuse gli occhi e si lasciò andare -, mentre la camicia veniva sbottonata delicatamente da mani, comuni per lui, che gli carezzavano anche i capezzoli. Una voce gli sussurrò di stendersi sul letto e di nuovo quelle labbra carnose tornarono sulle tempie, poi sulle gote scivolando fino al basso ventre, che nell’eccitazione tendeva ad assottigliarsi espirando, mentre ancora quelle mani temerarie spogliarono nudo Maelio scoprendolo anche dai pantaloni: era nudo!!!
Dei seni morbidi e maturi si poggiarono sulla gambe stese e passive del poeta e la lingua scostumata cominciò a pennellare le sue parti intime: stava facendo l’amore con Elisa! era lei! non c’erano dubbi! Poi il corpo di quella voluttuosa creatura s’ibridò col suo e divennero un perfetto incontro divino!
Una spada di sole scosse Maelio che agitando la testa risuscitò dalla visione accorgendosi che il pantalone della drop e le mutande erano bagnate di sperma.
Vorrei raccontarvi più approfonditamente, scendendo nei minimi particolari, le sensazioni di Maelio, la sua vita, e i suoi pensieri, ma è difficile farlo poiché c’è troppa confusione nella sua esistenza, troppe disarmonie, stonature, antinomie, divergenze che se comincio a descriverle, rischio di trovarmi in contraddizione col suo modo d’essere in quel giorno, anzi, no! in quell’istante! Si, perché per Maelio un istante poteva essere un giorno; aveva acquisito una così piena libertà, elasticità mentale e spirituale che lo traslava, spegneva, risuscitava, trastullava; riusciva – come ho già accennato dapprima – a sdoppiarsi, cioè, ad operare e lavorare col suo corpo per una cosa e con la mente per un’altra, ed è per questo che la visione d’Elisa l’ho raccontata in modo scarno e celere, perché temevo di perderla, poiché è stata per la prima volta vissuta fisicamente, mentalmente e spiritualmente dall’artista. Eh si, non c’è niente da fare, il giovane avrebbe anche rinunciato alla follia, alla poesia, alla confutazione – alla sua parte di vita più vera, costante e razionale – per Elisa!

DOPO AVER AMATO ELISA – REMINISCENZE - .

Un lascivo capezzolo unto ancora profuma di saliva
fugge impudico dal camice scollato.

Dormi su erba di cuscini e fiori di cotone
un mare di seta copre i tuoi fianchi sereni.

Fiati di vento spossano i tuoi capelli di rame
distesi in disordine come caprifogli sul mio cuore che batte.

Una goccia di luce scivola sul tuo volto abbronzato
e ti taglia le labbra

le tue labbra: due sentieri di sorba, due ferite sanguinanti
due spugne inzuppate di fragola.

Un altro giorno è vivo, s’appresta a svegliare i tuoi occhi
ad aprirli come sipari di un’opera maledetta,
due fiamme nere, due corone di sovrano malvagio.

Mi tentano, sferzano colpi mordenti
ed io sprofondo nell’inferno della loro perversione!

NA 28/12/99 ORE 13:18

Osava spesso scostare le tendine della finestra per guardare il bosco che, in quel momento, veniva frustato da ululati di vento. Avvertì un brivido forte e s’immaginò d’essere quell’albero monco, disteso tra un cumulo d’erbaccia falciata, che moriva.
Il dramma del giovane era che alternava, ormai, fasi d’irruenta frenesia a fasi di tedio mortale composte da un mutismo assoluto che sfiorava la depressione.

NA 01/04/00 ORE 10:29

L’artista era d’indole delicata, mite, sofferente, sensibile e paurosa. Sarà forse l’ironia della sorte, ma riusciva sempre a trovarsi nel momento sbagliato e nel luogo sbagliato, perché era l’unico, o uno dei pochi, che sempre ascoltava i deliri sofferenti delle persone – anziane e non – che consce della loro fine discorrevano con l’anima che sfuggiva pacatamente dal corpo di carne. Così ascoltò il sospiro di parole del nonno – Tommaso – che esausto di vita, di soffrire vivendo su d’un letto d’ospedale, preparò se stesso e Maelio, che l’assisteva, alla fine della sua gloriosa ed esemplare esistenza con queste parole:<<>>. Il poeta trasalì capendo che era la fine del suo nonno; pianse, ebbe paura perché si ritrovò solo ad affrontare la morte che falciava i respiri del morituro, ormai rassegnato e succube dei colpi sferrati, e capì la sua impotenza difronte al destino, ad una forza irrazionale che avviluppa da sempre ogni esistenza in un modo impietoso, deciso. Scorse sul volto del “caro vecchietto” delle lacrime, lacrime di fanciullo su d’un volto d’uomo vissuto; era un pianto di sfogo, ma dignitoso, un gemito nobile di liberazione da troppe lacrime ingoiate, lacrime amare di chi sperava nella vita, viveva di vita, combatteva per migliorare, far progredire, ma senza successo, lacrime d’un uomo inadatto per il mondo, di un’anima angelica che imparò, per forza di cose, per colpa d’un mondo bastardo, a ghignare come un demone, ma con un cuore ancora celeste e puro. Una vita di sacrificio, un bardo dall’animo di vento che voleva semplicemente percorrere il tempo in un modo sereno, quieto, libero, indipendente da ogni coercizione. Ma la vita grama lo costrinse a celarsi in quattro mura d’una città che non amava, a sfamare 5 bocche con solo un pezzo di pane e tanta, tanta speranza sul domani che non dava mai successi o soddisfazioni. Rinascere o fuggire, allontanarsi dalla vita cittadina, dipendere da niente e fare, errare indipendente nel mondo, ecco cosa desiderava quando da solo, il caro nonno, rifletteva durante una pausa che concesse ai suoi alunni durante una lezione di grammatica nel 1969 – credo-.
Maelio capì che assistere al momento di trapasso d’una vita era di fondamentale importanza per lui, perché, che ci crediate o no, assimilava parte di quell’agonia, di quella vita, di quella morte e lo spavento iniziale che sempre provava nel vedere quelle cose, era lo struggente suono del suo spirito che ardeva, bruciava e ingoiava l’essenza di quel momento e la fine d’un inizio- la morte e la vita-. E proprio mentre in una notte di fine marzo ripercorreva, rileggendo, nel suo diario segreto il momento della cerimonia funebre del suo “dolce vecchietto” fu rapito da un tremendo uccello di fuoco, dalla fenice d’inferno che per quasi un’ora gli serrò la vista, l’udito e la favella trasportandolo in un fosso di nulla che giaceva in un luogo di niente dove si ritrovò faccia a faccia con un’anima bianca che gl’implorò di scrivere su carta le sue parole dettate.
Alla fine di quel confuso momento chiuse ogni pensiero e dormì.
L’indomani rilesse il manoscritto dettato dall’anima e non capiva che cosa volessero significare quelle parole strazianti, ma non insensate – come possono sembrare alla prima lettura del testo - fino a quando il padre, che aveva letto quella sorta di poesia, gli disse che sembrava il canto del nonno defunto, che durante la sua agonia post-operatoria, aveva passato, ma incapace di vivere e quindi parlare sensatamente, di discorrere, perché ormai l’intervento all’intestino e l’anestesia, che forse aveva bruciato numerose cellule cerebrali, glielo impedivano, voleva scrivere lasciando l’ultima impronta epistolare di poeta.
Maelio chiamò, quindi, quei versi “Canto senile” che ora trascriverò per voi:

Canto senile

Scherzo con la notte!

Com’è banale ogni mio dire!

Fenice di fuoco, fiamma dalle ali d’inferno
m’hai bagnato le labbra col tizzone ardente
con spugne d’aceto
con la solenne chiarezza del sangue
su mani austere di morto

e adesso ho sete ho sete…

come una colata di ferro
il tuo spettro m’invade
fora il cuore che arde,
fuma veleno!

e adesso ho sete ho sete…

affondi artigli infetti
nella mente confusa
esanime – vive del dolore della morsa –

e stringi la presa, serri l’intelletto
e mi trascini in alto,
nell’alto della tua voragine di smarrimento!

e ho sete ho sete…

Trapasso ogni cosa,
tramortisco

hai cavato i miei occhi – il sapere –
ancora vedo:
il nulla, la tua essenza, la mia identità!
(ore 22:45 – ore 23:46)

NA 6/6/00 ORE 9:48

Quando da Roma partiva per Napoli e le ruote del treno battevano sui binari arrugginiti cominciava a creare, riflettere, scomporre, ricomporre, viveva l’arte, l’introspezione profonda, meticolosa, vera!
L’ispirava il paesaggio fuggitivo, il rumore della carrozza, il cielo multiforme; diveniva scarno d’idiozie e tutto era dire, incidere su carta, accumulare, celare e poi poetare, esprimere!
Un maneggio di cavalli sperduto in un deserto di campagne di Falciano, o un paesino arroccato s’una cima d’un monte morso dall’uomo, era commozione, battito di cuore, fuoco per l’anima e trasmetteva, trasmetteva, ungeva il pensiero con olii, unguenti profumati, divinizzava; diceva! E nascevano nuove forme, colori: cominciava a trasmigrare, penetrare, trapassare dallo scintillio d’un fulmine allo scroscio del vento di brezza, da un albero di mimose – che gli esprimeva la ricchezza, l’albagia della natura – ad un velo uggioso di cielo che gli riportava il nulla, la sua solitudine, l’archè del suo spirito: assenza!

Na giovedì 30 novembre 2000 ore 10:29 ( mi sono slogato la spalla dx mentre lavoravo e sono in malattia – 2 dì di riposo del medico mio - )

Roma-Napoli 20/04/00 ore 11:00

Aveva tremendamente paura della morte, del modo in cui sarebbe morto – anche sul perché della sua fine, visto che a soli 22 anni si debba pensare tutt’altro che a ciò!-. Ma per lui tutto prima o poi deve finire e visto che il suo senso della vita era estremamente pessimistico, cosa gl’impediva di spezzare il respiro? Eppure temeva! temeva il trapasso, era vile, vigliacco a tal punto che preferiva vivere invece di morire proprio perché lo spaventava l’agonia, l’attimo che intercorre tra il respirare ancora e lo spirare della fine.
Era proprio tempo, tempo di andare, lasciarsi le sue vecchio monotonie per un po’e rifugiarsi in altre nelle quali poter affogare e distruggersi per poi risorgere ed odiarle, odiarsi e riaprirsi a nuove conoscenze e stati d’animo.
Decise,così, di partire con la zia per Norimberga, pensando che forse quella dolce cittadina dove nessun ricordo lo legava ad uno dei tormenti più grandi che provava: Elisa, l’avrebbe aiutato a dimenticare definitivamente; ma il suo stillicidio stava nel fatto che ormai non dei luoghi particolari erano legami di ricordo di Elisa, bensì era lei stessa che si legava ovunque, persino a Norimberga – dove anni addietro passò tutto l’intero mese di luglio da spensierato adolescente - .

Nodi

Nodi!
Non ha altri gemiti la mia bocca,
non forme, né profane dicerie,
né sintassi trascritte che non siano
Nodi:
abbraccio di donne
collari di serpe,
corona di spine

mani attorno al collo!
Fame sete e feretri
sangue scrosciante della mia fonte;
omertà!

Rimpianto, compromesso, delusione,
noia;
arte – la mia arte-.

Luridi dementi,
carcasse di vita
adunate di battaglie,
puttane,
le mie donne
le mie amanti,
l’infame domani che non definisco!

Il ricordo, il tempo…
chi sarò…che sono stato…
Nodi:
ebbro destino della mia vita!


Norimberga 26/07/00

Il cielo era una cappa bigia, non c’era antro azzurro, un respiro di luce solare. Bagnava il suo corpo una pioggia argentea che veniva giù a mo di spille sottilissime che pungevano il suo volto rilassato e desideroso di quelle gocce calde ed appiccicose. La piazza di Haupt Markt era affollata di gente e tendoni di fruttivendoli dove era possibile trovare quasi ogni sorta di frutto, ma ad un prezzo esageratamente alto.

(Na 7/12/00 ore 20:28 – 0re 20:46)

Salutava tutti i passanti chiedendo elemosine di saluti proprio come quei mendicanti matti che sedevano per strada; era il solito giorno: calmo, tetro, infinitamente normale, quando tutto d’un colpo i padiglioni delle orecchie cominciarono a rimbombare d’un suono cupo e forte che gli stordì i sensi: barcollò, cadde a terra, gli sanguinò la bocca, vomitò fumo e mentre a tastoni tentava di reagire, riprendere senno, vide una figura losca, tetramente sinistra, che lo spiava facendo scorgere apposta il suo mantello nero. Poi andò via.
Maelio riaprì i sensi gonfiando il petto che riprese a respirare, ad uscire da quello stato d’asfissia che l’uccise per un attimo: era un’altra visione? un altro pretesto per evadere, distrarsi un po’?

Sabato 10/11/01 ore 15:35 – 16:20 (Na)

Ansimando anelava il giorno che tardava a venire ed il buio della notte appesantiva ogni suo gesto di reazione: era immobile e oppresso da uno stato d’orrido silenzio, sgomento, da un patimento del suo spirito irrigidito, annichilito dal peso di quel buio tenebroso con terremoti di tormento, agitazione interiore, terrore; mute figure agili e demoniache sfilavano innanzi con moti ebbri, spettri di parole in echi alpini lo confondevano tormentandolo di paura. Dimenava gli occhi spaziandoli da una parte all’altra della stanza come se cercassero un invano soccorso, un consapevole e futile aiuto di qualcuno, qualcosa che di certo non sarebbe mai intervenuto. Una paura endogena, del dentro che infiammava: temeva, urlava pietosi implori d’aiuto.
Preso dal panico tentava di reagire scotendo il capo, il corpo, ma era immobile, immobilizzato da nodi di serpenti che stringevano tutto – persino la voce – e quella notte l’ira bollente del demone gli scosse i sensi sussultandoli, facendolo sudare di terrore, agitandolo di noia e spaventi. Premeva l’anima per entrare, farsi spazio in quel corpo seccato dall’arsura, ma il poeta aveva ancora dentro una timida luce, un fiotto lucente che a sprazzi fievoli, esili gli impediva di distruggersi del tutto.

Caino.

Dispiegai le braccia – intento a sfuggire dal martirio
che stringeva il corpo-
come un indemoniato ringhia
tra le mani d’un esorcista che sgrida l’orrida creatura!

Dipanavano nell’aria ancestrale
miasmi di panni umidi e parametri sconsacrati,

fiammelle di candela – in cerchio –
trascrivevano il verso del peccato!

Nella stretta lucente m’inginocchiai
- storpio di falli, singhiozzi e noia –

docile come bestia domata
ghignavo ugualmente
come se avessi vinto,
come se qualcuno godesse del mio peccato!


NA 26/04/02 ORE 21:05

Chiacchierava con le stelle, intuendo che quell’attimo ero uno stato di grazia concessogli da potenze superiori, tutto da sfruttare. Omaggiava il ricordo delle sue donne con versi voluttuosi, intrinsechi di desiderio, erotici, pornografici che descrivevano il fascino dei suoi incontri avuti con ogn’una di loro.

L’Innocente.

… e quella troia abbuzzì
i suoi sensi infuriati sfruttando il mio corpo
eccitato e passivo;

rodendolo con perverse pose funamboliche
mordeva
tracciava lascive fantasie
della sua mente infinta e geniale.

Ottusa come tutte le amanti
- ostinata cacciatrice –
selvaggia regina amazzone

elucubrava
emulava le antiche orge paniche;

infaticabile
tappava con i seni giganti
i miei sospiri dolorosi che godevano
lasciando libera e capace ogni voluttà.

Affondò
con colpo secco in andamenti pelvici
la mia lama nel suo corpo
e fondemmo – carne e spirito, fiato e anima –
in un solo e ardente inferno!

Na 1/6/02 ore 11:11

Attraccava in ogni pensiero confluendogli forza, vigore, prosperità e ogni cosa, anche la più scialba, incendiava, cresceva si sviluppava e nascevano le idee e animava… Non vedeva più i fantasmi, ma un’orda di razionalità, terrore del futuro che non prometteva corone o scettri, esteriorizzarono, niente si legava a tutto; era conscio, ormai, del suo avverso destino: si rassegnò a vivere!

Na 20/02/03 ore 11:26

Il razionale (quindi, per saturazione, la razionalità) è una delle persone - se non, per meglio dire, la persona – più tanghera e limitata di quest’universo.
È un muro di cemento, un prete, un avido conservatore!
Ciò che li contraddistingue è la rigidità d’una formula stereotipata, imparata a memoria, che accompagna ogni loro dire:” In tutta coscienza…”, come se volessero dimostrare e in un certo qual modo, garantire all’interlocutore la loro piena facoltà d’essere ontologica, ossia, il loro pieno modo ( sereno, univoco, incondizionato e scrupoloso) d’esistere e vedere le cose sotto 2 sole categorie, o meglio, affermazioni ( poiché sono solo in grado di espletare rigidi assiomi) razionalmente valide, che sono :”Si!oppure No! Bianco! Oppure Nero!”.
Siccome, però, odio consumare il vostro tempo con temi e argomenti che sfiorano a malapena i miei irrazionali interessi, posso garantirvi, grazie al preludio fattovi in piena serenità, che il nostro bardo dall’animo di vento( Maelio) si ritrovò in questa scatola chiusa.
Eh si, cominciò a danneggiare il suo corpo e non più lo spirito!
Temeva il domani, sovrappose al sogno la carne, il materiale, subordinò le lacrime al bisogno materiale e la speranza al successo, ibridando così un unico “tutto” che definì “esistenza”.
Attimi di autoviolenza improvvisi, scaturita da un accumulo di tensione, rabbia, da una razionalità che ( povera anima mia!) gli mostrava un futuro ancora da costruire: lavoro, amore, soddisfazioni personali, autosufficienza, matrimonio… vivere; vita vera ( puah!).
Tutto si concentrava in un pugno, in una capocciata su d’una parete della casa, in quel sangue che sgorgava dopo l’impatto, in quel livore provocato e in quelle tumescenze evidenti e presenti quotidianamente sul suo corpo.
Non ebbe più silenzi, né modi e mondi nei quali rifugiare: aveva imparato a vedere, a capire: scoprì d’essere vivo!
Ma il Fato, un’entità che è al di sopra d’ogni evidenza, cosa e razionalità, aveva già decretato ogni mossa del giovane e il suo destino messianico l’avrebbe indotto e condotto in tutt’altro modo e da tutt’altra parte ( ma lui non lo sapeva).

Na 20/02/03 ore 14:00

Tratteneva le feci sino al disgusto, sino a che non le sentiva alla gola, sino a che i gorgoglii dei succhi gastrici ruttavano insolenti e gli procuravano dolori addominali atroci emanando, dalla fogna semiaperta, intensi miasmi che pregnavano le sue narici e quelle di chi lo circondava. Stringeva allora le natiche per impedire che quell’accumulo di materia detritica fuoriuscisse dilatando il suo sfintere già arrossato e puzzolente.
Doveva defecare alle 20:30 d’ogni giorno perché, da sfegatato razionale, era quella l’ora prefissata!



Na 21/02/03 ore 11:51

L’inverno tutto d’un fiato, tutto in una notte funesta, distese il suo estro furioso su Napoli bagnandola, lordandola di freddo, di odori ampi e aromatici, dilatando le narici di Maelio - come se fosse un automatico gesto, innato, dall’anima, naturale – consumate dai sospiri: “Allora sognava ancora?”. Amici folli ( quindi geniali!) come si può rinnegare l’archè, come possiamo non far valere un principio, il, in questo caso, suo principio: essere incondizionatamente ciò che si vuole restando sempre, però, un ammasso di polvere e sputo divino. Maelio aveva si acquistato la piena e razionale consapevolezza d’essere, ma rimaneva sempre un figlio del vento, una mente razionalmente irrazionale. Il Fato, come dapprima ho accennato, l’aveva predestinato per un lavoro divino, mistico e messianico ( ma non griderà mai dal deserto:”Raddrizzate i vostri passi…”).
Il giovane artista comprese che l’ora era giunta! La figura losca, tetramente sinistra, dal mantello nero che apparve ferendo la sua anima tempo fa, aveva appieno svolto il suo compito demoniaco, la sua missione satanica… Maelio si odiò non solo interiormente – nell’anima, nelle sue visioni volute, con la sua immedesimazione spirituale in sensazioni, corpi o modi negativi, insani, nel tormento d’essere, vivere nel suo spirito nero, segnato da un solo piccolo spiraglio di luce timida e morente; vinta! – ma anche nella carne, nel dolore che si autoprovocava, nella conscia consapevolezza d’essere ancora inutilmente vivo e senza, però, nessuna forma, razionale e giusta, che lo definiva in una classe, categoria, ceto sociale, insomma: in questa vita! Di questa vita!
Partì per Rivisondoli.
Dissipò il tempo, vaporizzò come la foschia che faceva indugiare ( in quella notte di dicembre) i suoi passi tra le viuzze strette, tra case di mattoni e pietra fradicia che saporavano di medioevo. L’anima e il corpo erano mondati, sereni, pronti, predisposti. Il mantello in uno scrosciante sibilo nero, l’avvolse; socchiuse gli occhi e con un sarcasmo, dileggio che coprì il suo volto prono verso il suolo innevato, intirizzì il suo corpo già stoico, sentì uno squarcio violento dell’anima ( nell’anima) e si scoprì nudo, spoglio! Carpì la rigidità del peccato, la fredda presenza di un’entità mistica in connubio totale con la sua vita, con la sua anima.
Dentro non era più solo! Un orrido e del tutto nuovo verbo dimorava e viveva con lui, in lui.

Na 13/01/04 ore 10:30

“Dolci eh quei visetti che sorridono…le loro labbra innocenti e piene di gaudio somigliano a candide mezzelune.
Quei corpicini innocui poi…uhmm…sotto quelle gonnelline c’è l’odore del latte, la mammella vergine: tutta da succhiare!”. Il nostro poeta malato sobbalzò! Da dove mai potesse giungere quella voce calda e vicina, accogliente e molto intima, ma soprattutto così tanto perversa da descrivere quei cari bimbi innocenti, privi di sbaglio e mostrarli tentazione di un grande peccato?! Miei geniali fratelli, la mia povera anima, il mio folle figlio, ciò che vedo e sento, sogno e vivo senza, però, vederlo affatto, il mio caro e amato Maelio, non poté fare a meno di rendersi conto della forte ed aspra entità che, dentro lui, distribuiva i suoi ordini. “ Il loro petto è piatto, ma sodo, tenero…ah…2 vezzosi capezzoli: innocui cuccioli, dolci gemelline; e quelle manine che giocano di sicuro sarebbero armi seducenti per i tuoi più segreti desideri. Vai a giocare con loro!”.
“Bestia immonda” il povero poeta replicò con timore ed a stento ( non convinto di ciò che dicesse) “ il tuo vituperio cade così in basso…sei tanto peccaminoso da rodere e danneggiare le tue stesse ossa pur di peccare, distruggere!”. Beati amici, apparentemente Maelio sembrava un tipo sereno, pacato, ma dentro covava serpenti, cresceva e sviluppava embrioni neri. I suoi conflitti interiori lo straziavano: il profano, il nero peccato, l’assenza di un principio sano e cristiano viveva in lui, era in lui, mentre il segno permanente, ma sempre meno influente e chiaro della fede - del dio che pregava per 5 minuti al giorno, gli suggeriva, l’esortava ( ormai con sussurri sempre più lievi ed incomprensibili) di non lasciarsi affogare del tutto, di scuotere i suoi 5 sensi in balia della desolazione più disumana, del Figlio dell’Inferno - svaniva, perdeva le sue tracce.

Saliva arsa

Offuscato da mille singulti
tra sofferenti braccia protese alla Croce
m’abbandono
- fiacco di polvere bianca –
in un riposo discinto
- severamente ansioso –
con la bocca amara, secca
e la lingua arsa
come torride serpi velenose!

Rigetto il cuore all’aborto
- stropicciato come roghi di carta –
sperando alla Fonte
una goccia di vita!

NA 25/03/04 ORE 20:13

Il ricordo, a volte, alimenta speranza, speranza che quegli attimi non obliati – vissuti, per esempio, con la persona amata, ormai andata via, con la quale, per varie e complesse vicende esistenziali, è finita – possano ritornare ad esistere, ad essere vissuti insieme all’oggetto, o meglio, al soggetto ora lontano, ma dal ricordo speranzoso di ricordare…(NA 3/4/4 ORE 12:22) allora scriveva…scriveva quando i gemiti delle carne fremevano, quando soffriva, pativa la vita, quando s’illudeva del domani e quando si scontrava con la dura realtà, con lo stoico presente!
Quando il crepuscolo respira e quando l’alba inchioda il suo giorno nuvoloso; quando le mani tremavano d’amore, delusione, quando il cuore pompava fiumane di sangue che gl’incendiavano il volto, quando lo spirito anneriva, peccava e si pentiva alla croce. Quando la noia – la sua quintessenza – scorreva come fiele nei bronchi. Quando amava, quando tradiva; quando respirare è una sofferenza, quando vivere un ingoiato tormento.
La Follia!
Scriveva, scriveva quando l’inverno sudava neve sulla terra e quando l’estatica primavera scricchiolava il ghiaccio.
Quando il suo corpo nudo s’inebriava d’eternità con una donna, quando i loro gemiti erano portati sino al delirio, al rossore della carne, quando bagnato di sesso, dopo aver scavato e consumato per ore la sua ostinatezza, il suo fallo s’afflosciava sullo scroto sgonfio e sorrideva di vita! Quando, ormai sazio, la sua donna ( quel rogo consumante) gli succhiava, come un agnellino la mammella, il suo floscio e satollo cazzo facendolo, per decreto di volontà divine, ritornare guerriero impavido, risorgere ed infuriare, come uno stallone imbizzarrito, nel cavo vasto della fica non più umida, ma dolorante di piacere fino al momento in cui la mignotta insaziabile cedeva sfinita subendo, passiva, tutto il furore del carnefice.

L’adultera: che puttana!

Sgraziata
- come vecchie meretrici –
s’aggirava nuda per la camera d’albergo.

Peccò
sul mio corpo immobile e diffuso sul letto.

Emanava crudeli fetori dalle ascelle
e ancora inzuppata di bava
la sua vagina si confondeva col buio.

Non un rimorso! nessun rimpianto!

Vagava
tenendo tra le labbra unte di sperma
una sigaretta amara
che consumava col suo peccato
gozzovigliando gli occhi su me!

La richiamai
e come un esercito al passo
battevo il bellico fallo nel suo culo
facendola intonare un fandango spasmodico e violento
sino a che il mio pene
squarciato dal brutale ritmo
e dall’uscio della cava piccolo, singhiozzante e sanguinante
si ritirò

e le sputò addosso
infestandola di piacere!

NA 6/5/4 ORE 12:53

Di rado mi appare, ogni tanto mi guarda, una sola volta ha parlato con me, pregandomi di descrivervi anche la sua più forte e assoluta dissolutezza, il suo atto eroico, ma fine a se stesso, un onanismo disumano, inutile, sgarbato, insolubile, rischioso, ma intensamente forte, vivo, pieno, attivamente passivo, completo, totale, irreversibilmente reversibile, autentico, autodidattico, vero ed inverosimile. Folle: come piace a lui!
(proveniente come da un nulla apparso, reso concreto dal gesto, dall’epifania lasciva)…l’ago gli bucò la vena e sentì, pian piano, scorrere nel suo flusso vitale una moribonda fiacchezza, stasi, una disarmonia psico-fisica tremendamente dolce, saporita che l’abbatté sul sofà. Non era ebbrezza – semplice, pura e superata ebbrezza – bensì extasi, funambolica, docile e mistica incoerenza, morte: ma quali mostri e fantasie terrificanti ( con quelle pillole da ingoiare); ma quali occhi spalancati verso tutto il mondo, ma quale cuore palpitante, ma quale voglia di correre, ballare, assumere parvenze di galli in calore, divertirsi intirizzendo i cinque sensi con qualche tiro di cocaina (vera, non dico pura, ma almeno buona), no! Niente di tutto questo! Solamente pace, aulica fine delle percezioni, infinità dominante! Intrinseca, endogena stasi, vocazione all’ascesi, trasmigrazione…ma amarezza d’averlo fatto, sconfitta (?)…per voi, miei autentici lettori, ha lasciato solo dei versi, solo una traccia imperitura, ma vigliacca, descrittiva e profonda di quelle numerose volte che il suo naso affondava nella sabbia bianca e non di ciò che non oserà più fare, sentire e voler provare: bucarsi la vita! Forse se ne vergogna, forse ha voluto smettere prima d’incominciare…forse il saggio demone…forse la redenzione era verso “il gesto”, ogni atto che compieva, stupido o sensato che sia, l’avviava al nirvana…forse…chissà!

Il mulino.

…un tiro
- forte secco ampio –
nella narice dilatata, dipendente
e gelai l’identità ristretta!

Confusi sacro e profano
immischiandomi in fiumane di liquori
nei respiri di oziose puttane
scorrendo nei canali del cervello,
dell’inferno, di un inferno
del mio inferno!
Dei miei falli che sfociano sangue perenne
( canto la mia morte e la disgustosa fine d’un evento sfarzoso)
indigente, inorridito dal fumo
amo Satana ed il suo suggello
impresso sulla fronte.

…m’odio senza annoiarmi!

S. Agata de' Goti 30/07/04 ore 19:30

Maelio, vide al posto della sua testa un cesso, una tazza nella quale dei culi rimpinzati di merda defecavano avidamente, gli cagavano dentro tutto il loro ardore: diarree, miasmi infernali, odissee triviali!
La gente, quindi non solo lui, vagava cercando e scovando questi culi pieni del malloppo marrone ( ma a gradazioni di colore diverse) che s'accovacciavano su loro ed evacuavano, scaricavano la loro essenza endogena!
Più cagavano e più erano ( ed era) felice: estasi, volontà di ricevere, ingordigia, avarizia, voglia onirica!
Poi, d'incanto, vomitavano tutto, rigettavano la merda e come una puttana insaziabile e sfruttata, come romani al banchetto, la gente e lui ricominciavano la ricerca, riaprivano la faccia, donavano il proprio corpo; alcuni culi non avendo abbastanza cacca, camminavano con secchi di scorta per sfamare l'insaziabile gola del poetello anacoreta e del resto dei viziosi!
Ah, che dolce fardello nel corpo ( quando si sfiorava l'eccesso e non s'osava di affrontarlo), quella merda di vizio era indispensabile: ma restava pur sempre merda!
Si può dipendere da qualsiasi cosa, da tutto e da tutti; ogni soggetto ed oggetto può divenire vezzo, abitudine, dipendenza, vizio, imperitura ricerca!
Ma, perché m'ha detto di scrivervi tutto questo: che cazzo vuole?…voi che cazzo volete?
Il vizio?
Viziatevi!!!
Lasciatemi scavare il naso!!!
Almeno un altro po’!
Non mi va di svenevolizzare. Né tantomeno di svenevolizzarvi o apparire di "uso comune", oserei dire, "per gli altri", come una sorta di vate, di candore esemplare da seguire, vivere o almeno, essere ascoltato!
Ma, il vizio (madre di tutti gli onesti, gli artisti, indole degli estrosi, vaghezze dolci e continue) punge spesso a guaio, ad esagerazione monotona ed a volte, imperitura… fino al disastro.
Si è senza volerlo dipendenti di se stessi, in se stessi, per se stessi e subordinati, endogenamente parlando, verso qualcosa, qualcuno, rispetto ad una dimensione e, nello stesso tempo, in una dimensione.
Il vizio - non c'è che dire!- è produttivo, voluto, estasiante, topico, d'uso personale ed irrefrenabile! Le dipendenze ( i vizi) sono le più svariate, bizzarre, ma, se paragonante nella stessa intensità e misura, distruttive tutte ed alla egual dimensione: conducono al rischio di distruggere, distruggersi, ad una sorta d' indinspensabilità catastrofica!
E' come un fagocitare passivamente il mondo, lo scorrere del tempo, il fuoco consumante: il vizio!
A volte, nei casi più eccessivi ( come il mio vezzo verso la "polvere celeste") si arriva a vivere, anzi a sopravvive per farlo, per cercarlo, scovarlo ed amarlo.

Na 21/09/04 ore 19:05 – ore 19:46

“Com’è distante il cosmo!” mi disse; ma non riuscivo a capire a cosa si riferisse. Poi continuò: “La riduzione in ascesi cosmica nella folla, in strepitii di piedi che calcano vita: io ne prendo le distanze: m’esilio! Schivo ogni condizione sociale e socializzazione impigrendomi di me, in me e nelle mie cose.
Il cosmo vive, risplende; nel cosmo si vive, si muore, si nasce…io divengo, ripropongo, divago, evito ed apparto: la putrida fossa comune m’attrae sempre più di rado. Il cosmo m’esula da ogni forma d’arte vera, mi distoglie dalla sintassi; la mia è una barbarie baudelairiana.
Nel cosmo risplende l’espressione come luce, esempio, come fonte ristoratrice; in me vige l’introspezione espressiva, elucubrazione, vivo pathos, ascesi, catarsi, non purificazione mediante il verso, bensì verbo, verso mediante purificazione: forza chiaritrice e vanificatrice della poesia! Nel mio cosmo riluce il contempo, la confutazione nella ricerca e per la ricerca; nel mio cosmo c’è la crudeltà e veemenza della rivelazione, della forma, dello stile d’un giovane artista ( come me) che si macchia di senso comune senza, però, attingere da esso onorando, quindi, ciò che è altro, diverso (e per me unica vera poesia): slancio brado raccolto in bachi di cultura, in versi spregiudicati e ricercanti l’ISMO; la naturale tendenza non solo più dell’espressione intima, ma anche e soprattutto dell’arte e di ciò che, quest’ultima, deve e dovrà dichiarare attraverso l’artista, l’arte non vive solo di chiari messaggi per la società, per il benessere, come esempio per gli altri, ma come messaggio e concetto di sviluppo per se stessa ed in se stessa: è solo attraverso l’arte che si fa arte e di conseguenza ( a volte) s’insegna!
Non è onanismo, è ascesi imperscrutabile della cultura: se poi nei miei versi ci trovano messaggi a sfondo sociale, utili per gli altri, a me non può far altro che piacere!
Nel mio cosmo, però, compongo arte!”.
“Ora ho capito” gli risposi.

Na 17/01/05 ore 18:15 – Na 18/01/05 ore 12:25

Faceva Zapping, uno sfrenato cambio di programmi televisivi in cerca d’un film erotico o di un canale hard come coadiuvante alla masturbazione, perché non riusciva a far eiaculare il cazzo semiduro alla semplice vista d’un dossier di “Verissimo” su d’una delle più belle attrici italiane ( della quale, mi dice, non ricorda il nome). Tentava con tutte le forze d’immaginarla nuda o, almeno, in topless, ma niente! quel maglione di lana a collo alto che indossava la bella donna proprio non si scollava di dosso.
Intanto il demone fomentava intime discordie, disponeva il futuro.
I palpiti del cuore variavano attimo dopo attimo. Ormai Apollion possedeva e governava anche il suo corpo, la carne.
Molti uomini reputati gente di fede, tanti pastori evangelici, monaci, vescovi e rabbini tentarono d’aiutarlo ( esorcizzarlo?) pregando con e per lui, ma il demone s’agitava furibondo e dopo aver sputato in faccia e sull’anima tutti i peccati da loro commessi, li malmenava, li aggrediva con un impeto di condottiero e con una forza innaturale stridendo o grugnendo come porci alla mangiatoia.
Solo una volta un semplice ( ma intelligente e colto) docente di matematica presso un istituto statale commerciale di Napoli, A.V., l’ammonì, inchiodandolo, sulla sedia con la sua candida, amorosa e dispotica mano e con una parola rivolta a quell’essere ignobile che dentro annichiliva il povero poeta: “Taci immondo!”.
Maelio, quindi, il demone zittì, non potette più muoversi,poi, con voce roca, strascicante, fiera, ma atterrita cominciò a comunicare con l’umile insegnante. Invocava l’aiuto d’altre entità per avere più forza, potenza affinché potesse sconfiggere quel bastardo professore, continuando a chiamare il suo nome come una sorta di tintinnio rituale macabro: “Pan, Pan Pan Pan....”.
Si, l’immondo diceva d’essere proprio Pan, il dio dei boschi, dell’Avoè, del baccanale e che la sua missione in quel corpo passivo e desolato era di redimerlo, sfruttarlo di piaceri, d’aiutarlo a godere di un edonismo divino ed imperituro. <>.
Cari amici liberi, ogni qualvolta io e Maelio comunichiamo sento di svuotarmi, sento, come adesso, un terribile groppo in gola, un anello stringente al cervello ed assuefazione, assuefazione...sono stanco amici, sono stanco! Ho paura!
Mio passivo Maelio, fratello di fango, mio rampollo, tesoro, mia disgrazia, mia fortuna, mia predestinazione! Astrazione artistica del verbo!

Pozzi

Il tuo fosso
mi conduce in ascetiche stasi.

Ho ritorto contro il verbo!

Svuotato come secchio d’acqua
m’annullo
-galleggiando-
sul fondo umido:
bare di verità che castrano l’estro!

Fradicio di mota
c’è chi degusterà il mio siero
come Giovanni l’Apocalisse:
miele al palato
amarezza per le viscere!

La mia città
è un suggello sulla fronte!
È un volto d’amante

uno squarcio d’inferno
ed un abbraccio di paradiso!

Torre Gaveta 25/06/05 ore 15:30

...e lei assorbiva, come la crosta il sangue, il luccichio della sabbia rovente; fulvo come l’africa il suo collo slanciava lo sguardo verso i suoi occhi macchiati di luna e di verdi zampilli d’acqua che battevano la costa di un oro bianco con riverbero schiumoso. La sua pelle setosa prosciugò il colore delle solide querce del nord ed il sole favorì il disegno prudendola d’argento! Pregni d’acqua i suoi biondi capelli intarsiarono il volto sempre meno anonimo e sempre più crudelmente perfetto; i suoi capelli: filigrana e bragia di camino distesi, ordinati e brillanti come campi di grano da mietere.
La vide lì come uscita dal sole, partorita dall’afa di quel giorno caldo, asfissiante, infuocato come la passione; una crudeltà dolce, l’attimo che si fa eterno. Il demone taceva e gli pizzicava lo stomaco, ma il folle artista a malapena accusava quel porco: l’ambra indiana della sua pelle invogliava lo sguardo a scorrergli sopra come una saponetta alla mandorla.
Nunzia si materializzò in lui! Il lurido demone non potette impedire questa mistica metempsicosi e le labbra di fiore, il corpo di luna, la sua mano di colomba gli carezzarono l’anima, lo diressero, per mano, lungo l’orizzonte di quel giorno fino al contatto con l’infinito.

Na 03/07/05 ore 11:10

I mesi bruciavano velocemente come cicche di sigarette gettate per terra, come le canne d’erba che gli stimolavano l’appetito e come la coca divenuta, ormai, puzzolente marmo tritato con ciuffi di borotalco mischiato a polvere di latte (cosa cazzo è diventato quel nettare colombiano?!).
Lo distraevano dalla morte, dall’emicrania e dai morsi del demone qualche bottiglia di Merlot o Vermentino, “L’Aleph” di J.L. Borges, Nunzia e qualche suo verso che vomitava sempre più di rado. Tutto (o quasi) diveniva sempre meno essenziale, importante; eppure godeva, strideva, rideva del suo sangue, del sangue degli altri, del mondo fascinoso.
“Dal caos e la farragine traggo la tua arte! Non hai il privilegio – o la barbara illusione- d’allontanarti dalla città, dal frastuono per comporre e creare (come fanno alcuni zelanti scrittori). Tu sei la specola del cafarnao, il folle trambusto e la parola nella e della metropoli senza, però, esserlo affatto! Gli odori della cucina, la pentola che bolle, tua madre che odia tuo padre, tuo fratello che ascolta la radio ad alto volume, le tue bestemmie, i muratori che rinnovano il tuo squallido rione e la casa del vicino sono il tuo silenzio!”. Afoso demone.

Riverbero

Questa notte afosa
circoscrive la mia solitudine nell’universo
ed un approdo di malinconia
si fa silenzio di stella,
bagno cosmico d’eterno caos
e tormentato tormento di vita!

Na 11/09/05 ore 11:53 Domenica

Il tempo, il tempo decorre, compone, il tempo rinfanga, mitiga, cicatrizza; il tempo finisce, sfinisce, ammazza, lede, distrugge; il tempo ritorna, il tempo dispone; il tempo inesorabile; il tempo di andare....il tempo di venire...il tempo di decidere: e basta! Non ho più tempo!
“E’ tutto cosi accademicamente retorico: tutto ciò e ampolloso (fronzoli di corte), inutile, ma che minchia scrivi a fare di me, su me e per me? Cosa ti sei messo in testa?”. Così Maelio m’ha trattato dopo tutta la disponibilità, dopo le notti passate alla diaccio (notti insane!) per cercarlo, dopo tutto il sacrificio autoimpostomi come condanna dolce ad ascoltarlo (raramente) ad osservarlo (spesso e con timore) ormai da 7 anni a questa parte.
Che porco irriconoscente! Il demone gli ha succhiato non solo il cazzo, ma anche il cervello e l’anima.
Io, io misero strumento, io confessore segreto, io suo verbo, io suo cronista, io sua esigenza, identità, esistenza, io arida mano che vaglia colpe, peccati, gioie(?) del mio pazzo poeta, del mio folle diletto, del mio arcano amante.
“Signore ho sbagliato! Aiutami a sentire in tempo l’odore della fogna perchè non mi succede ancora. Ogni giorno della mia vita che passa porta via la speranza e lascia posto alla delusione, all’espiazione dei suoi crimini, dei miei crimini, della nostra univoca e giustificata vorticosa e monotona esistenza!”
Figlio mio ho bisogno del tuo corpo, del tuo pallido colore, del tuo calore, delle nostre notti: ho bisogno di noi!

Fate periferiche

Ti confondi come ladri tra le folle
la tua carne ha odore di foresta
- tu sei tante puttane -.
Somigli al vento, a questo vento
che scioglie a malapena la calura del giorno sulla fronte
- Satana è la tua pelle, i tuoi occhi screziati di bragia
e le tue ciglia di pino-
ti assaggio come loto tra le fiamme
e godo confondendomi nella tua notte!

Na 06/12/05 ore 18:00

L’ abbracciava (pentito) come una donna; il suo corpo nervoso composto da fasce muscolari di pantera, una sottile linea di cellulite che ammorbidiva i tenebrosi battiti del corpo dell’eccitatissimo poeta nel suo culo di cera e la sua pelle velata di peli, gli riportavano di continuo alla mente che quel coito dissacrato, quel “cane” bandito dall’Apocalisse non si mostrava da biasimare perchè era una semplice, mera e definita carne come lui, erano solo vogliosi organi composti ed eterogenei di una sola generazione: umani...uomini! Che c’è di male!
Le loro ombre, i corpi stessi affondavano nell’atmosfera sacrilega di quel momento. I loro lamenti - echi d’uno stesso baritono- soffiati da un’unisona bocca di trombone e non da una melodia d’un duetto eterosessuale potevano apparire come unico difetto in quel paradiso; ma il culetto villoso del suo amico rosso e sanguinante segregava ogni dubbio ed ogni sconcerto.
Lo stimolava la scoperta, la voglia innaturale del suo cazzo di scivolare in qualsiasi covo oscuro; nessun scrupolo?
Dopo ogni orgasmo discorrevano di e su tutto e Maelio con una punta di rammarico ribadiva come al solito :”Dylan, Ginsberg, Parker e prima di loro Hendrix, D’Annunzio, Rimbaud, Verlene, Baudelaire... i media seguivano l’arte, oggi è l’arte che segue i media! Venduti, inetti, scipiti: non c’è più idea, ideale, espressione: arte! Hai notato che non esistono più salotti letterari e se qualcuno dovesse ancora sussistere è composto da vecchi sdentati - se siamo fortunati forse qualche 45enne si trova ancora- quasi tutti pensionati con tanta voglia di successo, di emancipazione, costretti dalla vita e da loro stessi a fare gli operai ( Dio benedicili tutti!) per quarant’anni. Alla fine della loro carriera lavorativa, con la liquidazione, dopo aver aiutato con una generosa somma la figlia sposata con un ingegnere ed il loro figlio che lavora al nord Italia, si stampano, a loro spese, la prima raccolta di poesie redatta da qualche docente universitario, conosciuto e colto, che con 600 euro o giù di li, scrive recensioni da far accapponare la pelle tanto che le forme poetiche di Ungaretti e Foscolo si fondono con ibridi spaventosi e miracolosi nel nuovo e grande verbo dell’artista più innovativo del nuovo millennio (l’autore è del 1938 anche se questo non importa più di tanto, perché l’arte può riscoprirsi anche dopo secoli di silenzio e d’indifferenza: povero Rimbaud!). C’è da dire, però, che ci sono anche tanti avvocati, medici, scienziati eminenti e docenti che non sono da meno! Poi seguono a ruota “gli insaziabili” cioè quelli che non si limitano a definirsi poeti, bensì: Pinco Pallino Prof., Poeta, Scrittore, Scultore, Giornalista...puah manco fossero Berlusconi... Per quanto mi riguarda spero di partecipare a “L’ISOLA DEI FAMOSI ” almeno potrò recitare qualche mia poesia dal vivo in mondovisione. Mah, forse mi sbaglio, non scordiamoci, amore mio, che siamo del sud” . E lui ammiccava sempre con un sorriso sfinito e consenziente.

Ad una vera donna

Il mio uomo è ghiaccio – colonna bianca del nord-
lancia di Saul, fertile sperma!

Ha la pelle d’acciaio
avvolta di cotone
- le mani di guerra sono rose di Sharon sul corpo!-.

Ha gli occhi screziati di miele,
lo sguardo di metallo,
la bocca è un’ardente brughiera di sesso!

Il corpo è un sicuro giaciglio
dove poggiare le mie noie
sciogliendole sul petto di marmo e fiori neri!

Non parla
dispone
delega e ama…

il mio uomo è terra d’Egitto,
Nilo straripato,
fonte inesauribile di SE!

Na 16/02/06 ore 18:29

Le pagine da scrivere, o meglio trascrivere (seguendo la parallela linea della sua modesta e snervante vita) sono troppe; si nutrono di frasi brade, pedanti, elucubrate. Allora chiedo ausilio all’ombra ed al silenzio colmando così il vuoto che lasciano (per antinomia) le parole. La notte furtiva, l’idillio delle stelle è come se fungessero da moto coalescente inglobando tutte le miriadi sintattiche in un unico e profondo respiro: Maelio!
Forse ho smesso d’odiarlo!

Ripercosso da un fauno

Nel silenzio della notte ho sciolto un nodo
ed il brusio ha scosso un eco
- dolce e fragoroso come il vento sulle foglie –
simile ad un sorriso.
Allora ho atteso che il ruscello
smettesse di sudare tra i ciottoli di un alveo
e mi sono specchiato
non temendo più il volto felice.
Ho pianto e ci ho sputato dentro
annaspando in cerca di quel viso fatto d’acqua
che in miliardi di gocce cristalline
ha rimasto sulla mano ansimante
sabbia, pietre ed un oblio malinconico!

Na 20/03/06 ore 0:05

“Tramare il suicidio non è semplice. Il vero suicidio, non una mera e volgarissima pistola alla tempia (anche se forse si risolverà tutti così), ma l’arte di finirsi, l’ascesa, l’ultima parola, i canovacci di Majakovskij e la freddezza di Pavese. La coscienza di doverlo fare, il dovere di realizzare l’evento vigliacco, per i saggi, indispensabile, per i folli. Un obiettivo, un traguardo da raggiungere: uno scopo macabro, fine a se stesso per i chassidici ed i coscienziosi, sinceramente sincero e personale per quanto riguarda me e chi m’insegue ancora!
La vendetta, la legge del Taglione, l’elevazione parmenidea dell’essere, espressione massima della soggettività, dell’individualità ontologica”.
Spara cazzate a volontà!
“Mi esalterò su tutto e tutti, per la prima volta, nella mia vita penitente, avrò il pieno controllo del mio corpo, del mio intelletto, agirò senza timore né scandalo ed in breve non sarò più un vigliacco e mi lascerò condizionare esclusivamente da me stesso. La mia personalità, rogo di spine contorte, prevarrà su tutto, non avrò scelte vincolate da altre labbra ed anche Dio s’unirà al mio banchetto!”
“Amore mio, uscio nero” gli risposi “le tue antinomie bagnate da labbra d’anime superiori rasentono la perfezione degli stolti e l’estro degli ubriachi; il dovere messianico della tua faccia zampilla abbagliando il mio corpo e lo bagna di lacrime, ho il cuore che pulsa zoccoli di cavalli in corsa e le mani tremano come onde d’una tempesta marina: ti prego non deludermi anche tu!”.
Poi si è addormentato nel mio corpo, interpretando le mie parole come un’accondiscendenza paterna, come un bacio sulla fronte, un’estrema unzione.
Forse pregherò Dio!
Amico lettore, figlio adottivo, peccatore, semmai un giorno dovesse tutto finire, non serbargli rancore, non serbarmene e divorati queste pagine come Giovanni Battista l’Apocalisse.

(Semplicemente) A mia madre

Desidero rimpiangermi, ripiegarmi come un foglio,
su di un foglio.
Mamma, quando il demone non gonfia i tuoi polmoni
quando Satana non grida dalla tua bocca
sei mia madre
la brevità, la cecità del dolore epicureo
- un attimo nel baratro o nello scintillio dell’eterno-
sei la folla e la solitudine,
la mano ruvida di faccende e morbida di rosa,
sei capelli imbrattati di permanente
la grevità di quando facevi l’amore!
L’aborto che non hai voluto
la volontà d’adottarmi
e tingermi il volto di saliva dei tuoi baci
tenermi tra i seni come un’amante.
Forse lascerò su tuo volto rugoso
il rimpianto di non avermi odiato!

Quando acquisirò l’austerità di Pavese
e la precisione di Borges
morirò bestemmiando contro la Trinità!
Tu non amarmi
e lascia che gli occhi si chiudano come un abbraccio!

Faenza 05/06/06 ore 19:46 – 20:25 Lunedì

Non scriveva più da tempo!
Appoggiava i gomiti sulla scrivania e se la godeva riverentemente con i contorni di libri e statuette macabre ( numi minori) che la ornavano d’un misticismo orientale con riverbero africano. Nono scriveva più da tempo, ma teneva a queste immagini come ad un altare, un’ara, un dio che non avrebbe mai potuto rinnegare…un dio muto, un dio che proferiva attraverso la sua bocca: e come godeva quel bastardo quando le profezie che il suo araldo trascriveva erano lorde di sangue. Il mio povero pargolo cadeva in trance e dio teneva le redini delle sue ossa, del suo sangue leggero e peccaminoso che piovigginava sulle parole. Non scriveva più da tempo, ma è proprio così? Non scriveva più da tempo: “Morirai come sei nato: scopandoti tua madre!”. Mio figlio rispose sputandosi sulle mani.
Non scriveva più da tempo e la scrivania divenne l’alcova di un’arte oscura ed impertinente che subiva e trovava sempre più ingovernabile, eccitante, potente, vera - i suoi occhi incavati e rigidi (nonostante l’essenza nera d’ontologica esistenza) rilucevano flebilmente di febbri cristiane, di uno al quale Dio aveva elargito immagini misericordiose.

Faenza 10/06/06 ore 17:26 Sabato

No! niente…è solo in cerca di un po’ di solitudine.

Sabato ore 9:00 - 9:15 Riolo Terme 29/07/06

Oggi (la) Flavia è dignitosamente bella, nonostante la minigonna che la fa apparire un pò puttana ed il suo culo schiacciato come olive nere sott'olio di Gaeta.
Io la sento, riesco a sfuggire sulla schiena marmorea e sulle gambe lisce e toniche, ad odorare la sua fica, a succhiare le sue labbra che si aprono come rose, a carezzarle i capelli che oggi gli scendono sul collo come un flusso solare disciolto sulla pelle.
Odoro d'armonia!
Mi rende svenevole, bucolico ed ansioso del suo corpo, della sua bocca sul mio cazzo nervoso: le sputerei in faccia tutti i miei muchi più verdi e densi del mio naso, poi piangerei sulle sue mani. Ho già in mente i suoi caldi lamenti, la goduria calda dei suoi "sci" romagnoli (ho le mutande bagnate) quando infilo e sbatto in fondo alla vulva la mia passione lunga poco più di 16 cm: sarà un'intesa perfetta tra la mia carne sudata e molliccia e la sua pelle tonica.
Somiglia a Riolo: sorniona, contenuta, ducale,un borgo di confine, striminzita, ma aperta ai calanchi, ai girasoli, al caldo che la infervora.
Mi masturberei guardandole i piedi!
Ho profondo rispetto del suo corpo e stimo il suo accento che non m'allontana,però, dalla mia Napoli avvinghiata nel mio stomaco come una bottiglia di Rhum!

FAENZA 02/07/06 ORE 10:47 Domenica

"Scrivere nudi è un atto dovuto all'arte: così impudica, cruda, vera, brada, archetipica, divina, peripatetica e perfetta come il principio del verbo, della parola. Scrivere nudi è un atto religioso gradevole a dio dove ogni vergogna che i secoli hanno coperto con seta ed abiti insulsi, diviene l'essenza stessa della vita, orgoglio e patto di sangue rinnovato col tempo, con dio e con se stessi; chiudere le gambe e sentire le palle che si schiacciano, il pene che penzola come muco dal naso!".
"Maestro" - gli risposi - "ciò che dici ha la verità del veleno e la follia d'ingoiarlo!".
Riprese la parole e disse: " E poi quando piscio nei pitali di plastica dura per misurare i litri di urina giornaliera, dopo non devo neanche sgrollarmelo e quelle goccioline di pipì calde si raffreddano al'istante e mi inumidiscono il mio grosso glande a fragola".
Lei aveva l'innocenza delle gazzelle, dei sogni di bambine povere e lui ne approfittava sempre. Quando parlavano al cellulare, la gentile creaturina sospirava d'amore rimuginando ricordi di loro 2 quando al mare schiamazzavano sudando sotto il sole cocente di Sorrento; lui, invece, disteso sul letto, nudo (come sempre) accavallava le gambe, si sbatteva con le punta delle dita il rigonfio glande e mentre stava per eiaculare intirizziva le grosse cosce già accavallate e serrate a forbice ed aveva un orgasmo vero, accurato e duraturo senza versare una goccia di sperma (quello lo conservava tutto per la bocca di lei quando scopavano come 2 veri innamorati: lo erano davvero!).

FAENZA 17/09/06

Non ha senso la congiunzione temporale, artistica, e/o espressiva dell'ordine dei libri. Sono affiancati a caso, la mia scarna libreria è un cafarnao culturale - se per cultura intendiamo meramente un libro, carta stampata, qualche figura -. Mi restano più impresse le immagini d'un bacio, d'una bevuta, di un naso di neve e di quando scrivevo col mio sperma sul suo corpo brasiliano.
Ti penso, eppure, non so chi sei, se esisti davvero, forse sei il mio ideale, l'archè, ciò che scioglierebbe i miei annodati nervi.
Ieri notte ho pisciato sangue (meno male che era un sogno).
Scrittura vivida, semplice, ma non banale, paratattica, un bicchiere d'acqua (di pozzo?) immediata, per tutti; non unta, mantecata, macchiata: preferisco queste convenzioni sulla mia camicia bianca dopo un buon piatto di spaghetti al sugo di mammà!
Lavorare mi pesa, pesa più d'un debito, una minaccia d'un camorrista, pesa più d'una notte in bianco, eppure necessita come il respiro.


Vorrei saggiare l'infinità
vivre questa notte fredda per sempre,
evitare domani,
il giorno pigro, infruttuoso ed amaro
( d'un disoccupato!).
Non ho più follie da legare!
ho smarrito anche la noia più infima:
il mio cordoglio vale ed è più sincero
della vostra pietà.


VANZAGHELLO SABATO 17/03/07 ORE 18:25

Quando l'ultima goccia ha l'astio delle lacrime ed il colore del sangue, allora lo stillicidio temporale cessa: è l'ora della morte! L'ultimo rintocco di campane, un muezzin che richiama alla preghiera, la fine d'un terremoto violento.
Mieti le tue cose e te ne vai, per molti nel peccato della Geenna e nel fuoco della sconfitta, per lui nel sottobosco, nella fitta rete fognaria della vita, nell'altro lato delle parole, dell'esistenza, nei battiti a ritroso del cuore.
Chi vuole morire (poi cos'è morire?) non medita a tutti i costi la forma della fine, ma pasce la morte nel grembo da sempre: è come se già morisse (poi cos'è la morte?).


Voce di confine

E' ignota carne
è il riflesso delle labbra che la baciano
sento vibrare il corpo duro,
la sua preghiera di redenzione.

Quì, su questo paese di confine
smarrito
aspergo sangue sui corni dell'altare d'Israele.

Sono vittima ed olocausto della mia vita
compimento della sorte!

Sono anima congiunta a tante anime
che non hanno forma
se non di un corpo di sangue
che riscalda la mente
come quando bevo vino!


VANZAGHELLO 29/3/08 ORE 11:50

Vulesse scrivere tutte ‘e strunzate do munno dint ‘a na strunzata sola!
“Furniscela, bell ‘e papà, nun dicere strunzate!”.

VANZAGHELLO 30/3/08 11:45
Cerco di studiare ( inizio pure) poi contemplo, lascio il sunto principale
elucubro sul e nel testo, l’ammiro come un paesaggio ameno o semplicemente un paesaggio. Divago dipano, cerco un vocabolo che non conosco ed imparo i 10 seguenti, poi ritorno in me ed alla ricerca del “vocabolo sospeso”: ecco la sospensione temporale del concreto! la messa in atto dell’ “estasi razionale” , della “ricerca nella ricerca” del concetto e dell’espressione intimistica di quello stronzo di Verrillo.
In fondo la vita è uno strappo nel tempo (del tempo).
Dio m’ha salvato dalla dipendenza verso la coca grazie alla depressione, dall’alcool con la colite…e dalle sigarette? Boh, le sigarette…forse lei, proprio lei!

VANZAGHELLO 10/5/08 ore 17:15 - 11/05/08 ore 13:50

Sul treno per Scalea…ohhh sul treno per Scalea.
L’afflato, l’immoralità morale del popolo partenopeo, l’alba ed il tramonto,dall’alba al tramonto, la quotidianità napoletana dei vacanzieri pendolari e la vacanza per antonomasia d’un “napolegno doc”.
Il treno preso a Portici- Pietrarsa, come al solito in ritardo.
Uomini-papà con ombrelloni della raccolta punti Shell, frigo portatile per le bevande, “thermòs po’ cafè”, frigo portatile “pe marenne”, smanicato slabbrato grigio, costume a pantaloncino rosso con riga laterale bianca e piede calloso calloso in uno “zucculillo tropicale” ca sigarett Pall Mall blu “mm’iezz ‘e det” .
Le donne-mammà con la protezione solare, pareo, asciugamani “po bidè formato large” nella borsa mare verde con i fiori disegnati sui lati, vestite di prendisole rosso merlettato azzurro e qualche fantasia floreale; infradito argento “ca zeppa asott” e con il frigo portatile per il companatico “pe marenne” e misto frutta ananas, arance, uva bianca e nu par ‘e litri ‘e succhi ‘e frutt pe creatur.
Stendiamo un velo pietoso “pe creature” omettendo la loro descrizione.
Tutti pronti per l’esodo verso l’agognata meta.
Il paesaggio marino azzurro, terso, così banalmente bello, mi distrae dalla lettura!
Le belle adolescenti d’Ercolano, inghiottite da una moda che non le appartiene, le rende goffe, l’imbruttisce, una moda troppo castrante e coercitiva che copre la loro ironica bellezza, una “moda mare” che l’avvolge e l’involve nelle loro tragicomica banale bellezza: dovrebbero essere lasciate nude, velate di sola sabbia e dall’azzurro delle onde.
Poi ci sono i corteggiatori abusivi: i giovanotti di Portici. Capelloni gelatinati (parlo per invidia!!!) basettoni, fighetti, dagli occhialoni da sole che coprono anche le gote e parte della fronte, ma simpaticamente napoletani, miei compaesani. Sempre al telefonino (d’altronde come le stesse ragazzine) pronti al dialogo, alla risata con chiunque gradisca la loro compagnia gioviale e compostamente tribale, anche loro mascherati dagli stili modaioli che ridicolizzano la loro innata virilità, la loro audacia spirituale.
Io adoro tutto questo. Adoro la loro compagnia, la moda frustrante delle adolescenti, la moda limitante dei ragazzetti “ca vann ‘o mare pe parià”; adoro Pasquale e Maria “ca cu quatt creatur” e carichi “ ‘e meraviglie” vanno al mare “pe se rilassà”.
Adoro il mio mare.
“Ecco caro papà mio ciò che vivo, che scrivo, io non narro, non sono in , grado di narrare, io dipingo scrivendo ciò che vedo, non bado all’evento, lo descrivo, lo trascrivo,insomma, scrivo!”
Brav ‘a papà, brav !!!

Il mare al sud si condisce di sapori, freschezza, colore anche se offeso da tutto l’inquinamento che l’imbruttisce
deride
strattona.
Mi manca, manca la profondità dei miraggi all’orizzonte che Mergellina mi concedeva come una grazia di San Gennaro, la sabbia nera di Pietrarsa, i sassolini di Corigliano Calabro, i lettini sulla battigia a Sorrento, l’odore di Letojanni, l’onda fredda di Fondachello e Fiumefreddo; lo specchio celeste di San Giovanni a Teduccio( il violento amore della mia vita, la contraddizione dell’universo, il fuoco delle parole)
lo spicchio d’aglio Procida, l’arte salmastra di Furore, il mare notturno di Amalfi, Maiori, Minori.
Il sapore e la follia del bello di Capri, l’assaggio di Ischia, l’oro di Palermo, la playa di Catania, la costa di Santa Maria di Castellabate, la bocca azzurra di Santa Maria di Leuca, la bava di Dio, la morte d’un fanciullo di Agrigento.
Il mare al sud si condisce di torpore! è il mio sangue!
L’incontrai lì sulle rive di quei mari, sbronza d’aria e di qualcos’altro;
la baciai all’stante (come se l’attesa d’una vita intera fosse finita), passai il pollice sulle labbra di sale per nettarla dal sangue, le mi seguì con la lingua bagnata:
m’infuocai come una mantide divorandole la mano posata sul volto e poi il collo salino;
era proprio una bella veneziana, la mangiai – carne tenera di vitella- al sangue perché le sfondai il culo!
Senza ringraziare, come risucchiata dalle acque, scomparve alla risacca. Di lei ho il ricordo lagunare dei seni e lo sguardo dai contorni di gondola che mi condusse verso i canali del corpo che non amo più.
“Bravo, figlio mio, ho goduto della tua vita, della tua goduria, del tuo tempo:
ti prego non piangere, ma vivi vivi senza morire!”.

Ho pianto troppo a lungo la tua partenza
per chiamarla malinconia
la figura che manca a questa casa
alle mie ossa
è assenza, spazio vuoto
collera, amara solitudine
-tortura cinese-
stillicidio
l’acool e l’estesa ebbrezza
non assopiscono la frenesia amara.
Il tempo:
battito pesante di catene
schiavitù
oppressione, offesa
piatto di pietre
bicchiere di sabbia.

Scrivo
come pugnalare il cuore
inferocire la violenza d’un ricordo
del tuo ricordo
della tua figura che manca
a questa casa, alle mie ossa
alla mia finitudine
distesa sull’infinito del tuo sguardo
che vive

in questa casa
nelle mie ossa.



CUGGIONO 20/05/08 ORE 14.00

Poi ricominciò a contare il tempo, i giorni, gli anni, a risvegliare il suo corpo, la memoria. Tutti i torpori annegarono nel bagno di sole che stropicciava gli occhi e riscaldava la carne. S’avvicinava un’altra estate estatica, dedicata al ricovero benefico dell’anima ed al recupero patologico del corpo. Non era una cosa difficile, bastava godersela al mare qualche settimana con Nunzia, la famiglia, alcuni buoni amici ed un buon piatto di linguine all’astice, un soutè di cozze, del buon vermentino o greco di tufo ed un letto ristoratore adeguato alle sue fragilità notturne. Epurare gli occhi sporchi di città e caos quotidiano con l’orizzonte salmastro di uno dei suoi mari, calpestare la nudità della sabbia con la nudità dei suoi piedi, sentirla cocente nelle sue vene, sui calli e respirare, respirare l’onda che incide la costa, crea le sponde, bagna corpi sulla battigia.
“Papà, Il mio limite sintattico-poetico? E’ il “come”, sto “come” del cazzo che non riesco ad annullare, a farne a meno nel verso, nell’arte!”.
Come? Come dici? Non ho capito. Figlio mio calmati ti scongiuro! E’ come dici tu!
Quando la vita rabbiosa, mordendolo, l’infettava dei suoi veleni iniettando nel suo collo e poi nel corpo il solito siero della morte; quando l’evento serrava il pensiero nella totale ed inumana reclusione, nell’avvento della morte, lui respirava a pieni polmoni le stelle della notte d’agosto , il rantolo del mare sorrentino negli anfratti della scogliera e carezzava i capelli di Nu, quel dorato cotone profumato. Affogava nei suoi baci salati, scuoteva il pene nel suo corpo bronzeo mettendo a tacere (o forse distruggere) il nero pensiero della fine, sovrapponendo la gioia dei suoi denti bianchi che risplendono ad ogni orgasmo salino (prima, ora…per sempre!).
L’amore e l’amore di fare l’amore con lei tutto in quel nome: Nunzia, uno strepitio elegante di zoccoli al trotto, un evento felice, la forma di un gioiello raro, l’Eterno incarnatosi nelle sue mani che la toccano, la vivono!


Nelle tue cose

Ho sete
necessità dei tuoi occhi che si aprono
come l'azzurro dopo la tempesta.

Ho sfidato l'inferno ingiuriando il male
rinnegando l'ozio
ed ho vinto...sono libero!

Ho il vanto della redenzione

riscatto nel giorno del mio giudizio
come il ladrone sulla croce che guadagnò la vita!


MI-NA 6/9/08 ORE 21:50

Dal cielo la terra notturna illuminata dalle città è un firmamento rovesciato di segni zodiacali, geroglifici alieni, piccoli pianeti e gorgoglii di gente che freme o più semplicemente vive. Lui si trova bene lassù, da buon pagano sente più vicino il paradiso (ma anche l’inferno se per disgrazia dovesse cadere giù con l’aeromobile).
Dal cielo la terra notturna illuminata dalle città è un libero arbitrio di nuvole, pensieri e tratti amorfi, il mondo invertito eppure palesemente uguale.
Dal cielo non cambia nulla, la sostanza stessa rimane invariata, dal cielo si muore, si scopa, si ride: si vive! dal cielo si scopre, si soffre, dal cielo sei piccolo come dal finestrino le auto; dal cielo sei uomo: magra e tautologica contemplazione! Dal cielo, però, lui fugge, sente almeno l’allontanarsi per qualche tempo delle sue colpe “terrene”, calpestate, dal fango.
Lui, figlio mio, lui così vincolato al cielo, al cielo come viaggio, trasporto, il cielo come trapasso da un luogo deriso ed amato all’altro, da Napoli a Milano e viceversa; questo cielo così traditore come la vita, come la notte ed il giorno, il cielo metafora della sua vita che scorre...il cielo amico che dirige verso gli affetti campani ed il cielo spietato, nemico, il cielo dell’addio, dell’abbandono, il cielo iperboreo del ritorno alla lontananza.
Dal cielo l’addio è più profondo, sentito, il distacco ed il ritorno morfologico, cerchiato dagli occhi è più marcato, dannoso di prospettive palesi, evidenti: viste! Senti
la città svanire ai tuoi occhi: fugge, s’allontana consuma scompare. La vita depredata: l’abbandono di tua madre, tradimento, assenza, totale mancanza materiale!
Ma la contemplazione e l’ascolto del tempo, del battito cardiaco, dell’arte, delle tue cose, della tua vita o della vita, dell’esistenza stessa , dal cielo, è come la barba di Aristotele, l’espressione di Dante, la vita di Gandhi, i colori di Blake, le parole di Leopardi: infinito!
L’eterna lotta apocalittica, la Nuova Gerusalemme, l’idillio della ragione, delle figure, dell’espressione; dal cielo Dante ha cantato il Paradiso, dal cielo Leopardi saggiava l’infinito e nel cielo Aristotele trasse il “giusto mezzo”. E’ l’ispirazione incontaminata, pura.
La necessità del cielo per lui è fondamentale (il cielo ha bisogno di terra e la terra del cielo) necessaria soprattutto per omogeneizzare la depravazione, per il rigurgito, per il rovescio della medaglia, per comprendere ed apprezzare effettivamente la vita vissuta sulla e nella terra, saturata dal cielo e nel cielo: suggestività di pro e contro, della notte e del giorno, di amore e disprezzo,
di follia e follia, di purezza e mota, di religione ed ateismo, di visioni e sangue, di complotti e sincerità, misantropia e filantropia, abnegazione ed egoismo,
d’abbracci e sputi, di pianti e sorrisi, di spari e confetti, di morte e vita:
di cielo e terra!

03/09/08

Il giorno perde l’estate con vaporose foschie umide di pioggia.
Oggi non ho ali
ma piedi grevi
come pietre su tamburi,

il silenzio
svela con l’addio del sole l’autunno
triste di carcasse, foglie tuoni.

Non ho voglia di sera
di questa notte precoce
delle stridule gomme bagnate di un’auto…

e le nude pagine
si lordano di me!


CAPODICHINO (NA-MI) 1/2/09 ORE 21:00

Già! quella camera da letto dei genitori; apriva le narici e si narcotizzava:
odore di naftalina, della capigliatura narcisa e profumata di papà sui cuscini.
L’odore di coccole della madre, la severità di giudizio, il sacrificio, l’abnegazioni del padre.
Quella stanza calda (sempre calda) in inverno e fresca (sempre fresca) in estate.
L’ordine ciano ed immacolato di mamma, del suo pigiama invernale con lo scialle fatto all’uncinetto dalla nonna, l’ordine artistico del comò di papà, dei suoi pettini intrisi di crema e la crema per le mani consumate di mamma.
Quella stanza, la stanza del concepimento, dell’attesa, del tradimento, delle notti insonni e dei sani riposi; delle loro idee, scelte, quella stanza della loro vita, della sua vita di figlio.

Guarda,
dint’ a’ sti vene ancore scorr’ o’ sanghe
e chi patisce e magna collera!
e chi o’ veleno – allero cumpagno ‘e vita –
so port dint’ a sacca
e freme e geme pe vase ca nun have
ca nun ha maje avuto!

Che t’aggia dì guagliò:
tutto te cunsuma
e tutto te cunsola!
Io, proprio io

ca sciato erva verde
e me tiro ‘a povere do cielo.

Pe tramente o’ cielo se spoglie,
se fa niro
- niro comme o’ male,
niro comme a’ morte
niro comme e’ peccati miei ! - .

O’ russ se fa scure
chistu sole trapassa
rét ’ a stu vulcano senza faccia,
senza vizi
ca nun chiagne,
ca nun fa rummore;
rét’ a sta muntagna verde
ca se tegne ’ e fuoco, e oro
e pò more
nzime a stu juorno ca se ne và!

E annuro accuso sti fronne’ e’ sole
ca nun cocene chiù!

Quanta vita adda passà
pe vedè dimane?
Quanta juorne’ e’ merda hanna passà
pe truvà e sapure c’aggia perso?




CASTELLANZA 5/12/08 ORE 00:00

A volte, col suo bicchiere ghiacciato da qualche altra sbornia osserva, solo, nei locali rumorosi la moltitudine di ragazzi che si divertono; lui col pensiero s’associa a loro e li conosce, diviene amico.
Accosta dei nomi e dei caratteri che più s’addicono ai tratti somatici e quindi interagisce, parla. Non è mai solo!
La notte trascorre lenta ed interessante.
Proprio durante l’ennesimo bicchiere, quando l’anima s’impoltiglia col cervello ed il naso e le lebbra ghiacciate vagano confabulando ed annusando ovunque e ogni cosa, le vide: erano due belle mediterranee dall’accento bustocco; la prima, Chiara, bellezza imperfetta, aveva il naso aquilino e protuberante, ma gli occhi di perla (somigliavano molto ai suoi) , il muso sottile e rosso come la fettina d’arancia del suo Negroni Sbagliato. Alta, con uno stacco di gamba autostradale, il culo un po’ basso ma sodo, i piedi oblunghi e coperti a metà da scarpine dalla punta arrotondata che rendeva così più affusolate le 2 banane. I seni, 2 bottoncini che si confondevano con gli altri della camicetta che scendevano a sipario sullo sterno sbiancato dalle luci del locale.
Le mani di segretaria esperta avvinghiavano il bicchiere di birra.
L’altra, ohh, l’altra: Maddalena (uà manco venesse ‘a Sant’ Anastasìa), dal capo partiva la sua grazia: capelli bragiati, lisciati da olio profumato o da qualche altra diavoleria estetica, dal naso invisibile ed all’insù con 2 narici a chicco di caffè ,prese dal suo sambuchino con ghiaccio; gli occhi erano contorno di giglio annerito e le labbra in carne ,ma non carnose, sfidavano il bicchiere rossastro di Garibaldi e ne baciavano il succo inumidendolo di piacere. Alta, anche lei alta, dal sedere a pesca, natiche di pompelmo ed energiche come quello delle sorelle Williams, slanciavano le cosce con l’eleganza del ghepardo. I suoi seni erano un cuore a metà!
Lui le osservava con insistenza (sigh!!!) , loro si sfioravano i capelli e parlavano sottovoce, con le mani sulle labbra civettavano sghignazzando e vuoi perché lo trovavano attraente, vuoi perché l’acool faceva la sua parte di deformatore somatico-sociale, vuoi perché semplicemente confabulavano dei cazzi loro e che i cazzi loro riguardano la loro sbronza in comune, decisero di conoscerlo.
Che simpatiche creature! Ci fece l’amore tutta la notte, poi riseparò il cervello dall’anima e cadde a terra instupidito!
Nel tardo mattino si trovò solo nel suo letto del dopo sbornia, con un desueto odore di olio o qualche altra diavoleria estetica sul cuscino ed un bottone di camicia nelle mani!


VANZAGHELLO Lunedì 12-10-09 Vanzaghello 26/11/09

“Di giorno fa notte, la sua notte”.
Non ho che da rinfacciarmi tutto, quello che sono e quello che non sono riuscito ad essere, le mie “irrealizzazioni”, il mio quotidiano ed i miei fallimenti quotidiani, la mia ignoranza che porto addosso come una pustola, la limitatezza e limitazione verso le cose e gli altri, nell’affrontare le cose e gli altri, decapitare la mia autostima ferita, smorzare ogni forma di idilliaco pensiero in una brodaglia di parole (mi basta anche solo che sia un pensiero, senza necessariamente un epiteto che l’identifichi!!!), sbottonare un po’ la camicia, slacciarmi le scarpe ed a piedi nudi sentire la mia notte…semplice, composta, irreale! fascinosa, attesa, contemplativa, reale! aleatoria, fulgida, irreale!composita, divinatoria, allucinogena, reale!paratattica, bivalente, ambigua, irreale! infima, proficua, spaziosa…reale!
La notte di cosa, la notte di come, la notte di un attimo, la notte dell’amore, la notte del vino, la notte polverosa, la notte fumante, la notte della lettura, della scrittura, la notte della rabbia, la notte del riposo, la notte dei conti in tasca e della resa dei conti, la notte del passaggio, la notte degli amici, la notte dei
rimproveri, la notte delle partite, delle cene, la notte dei silenzi tra noi, la notte dell’attesa, la notte del giorno, la quotidiana notte del giorno!
Basta! M’aggia scassat ‘o cazz!
Tuo Maelio.

A papà, per...

Ho le tue stesse mani
(quelle di tuo padre)
sporche d’inchiostro
-tu per necessità,
lavoro, raziocinio
io per illusione
follia -.
A volte trascendi
come dio
per insegnarmi la dolorosa distanza
il distacco
per espiarmi dai tuoi sbagli
e poi immani
per difendermi dai miei!
Mi manchi,
mancano l’austerità dei tuoi pensieri
la dolcezza delle parole,
la tua conoscenza
la naturalezza nel diffonderla
la riverenza verso il cielo
il tuo peccato terreno!
Tu Abele
io Caino!
Riducimi
tienimi tra le braccia
come le notti insonni
a profondere consolazione
annullandoti.
Vivi la mia agonia
piangendo la tua morte!
Hai odiato i miei sbagli condividendoli
assorbendo la conseguenza di un errore
l’hai fatto tuo purificandolo:
imboccandomi miele
ingoi veleno!
Nelle tue mani
ho visto me
un uomo nudo
fasciato come il primo vagito
disilluso
m’hai insegnato ad essere ciò che mi rimane:
un uomo nudo
fasciato come il primo vagito
nelle tue mani!

venerdì 23 ottobre 2009

Storia d'una spiaggia innocente

L’acqua vela il tuo corpo
lo scopre,
agitato
- bottiglia vuota-
tra la risacca che cresce ed abbandona la sabbia.

Profumi di mare
del mio mare!

Hai cadenza delle onde
il sorriso sgrana nella spuma
saliva e schiuma mi baciano in bocca
e stringo il corpo
come tenere una conchiglia bianca nelle mani umide
ma tu sei bruna
hai pelle d’oliva ed acqua viva per occhi
le gambe - tronchi di noce-
e l’oro di Buddha sulla fronte.
Il mistero del crepuscolo sulle labbra
la notte
profonda, salmastra, odorosa, universale
del tuo sonno che mi respira accanto.

Quest'alba

Quest'alba scostante
- fastidiosa di nebbia-
non ha sole,
ma un'aurora impaurita
che tarda a svegliarsi.
La fisso impigrito nel buio della stanza
come una donna dopo una notte di sesso,

non scenderò per strada
rimarrò qui
a godermela
come smaltire un'altra sbornia!

mercoledì 22 aprile 2009

Sulla mia scrivania

Prima che la schiuma anneghi nell’onda
prima dell’alba attesa,
del crepuscolo salino
tra le parti che si sfiorano e non intarsiano disegno,
ti accendo come una “siga”
fiammeggiante cilindrica odorosa…consumante
il fuoco della notte che infervora parole!

Pulviscolo di stelle su libri smorti
aloni d’ombra immobile
la noia involve nei quaderni
cade il tramonto sui miei versi
rivestito di silenzio notturno.
Più a nord, verso le penne,
si stagliano cumuli di carta
versi odiati ripudiati all’ombra della luna alogena
-riflesso del suicidio trama sul leggio-.
Mi annullo per non disperare!
Anteposta
la fine
soccombe il principio
e fa buio sul tavolo.

lunedì 2 febbraio 2009

SEMPLICE (COME NANCY)

Bevo a sorsi la giornata bianca
-come il mio rhum-
con la sorte clandestina
che fugge dalla noia
il crepuscolo trama
l’insonnia della notte
-all’orizzonte vaporoso fumo bianco umido-.

Lei è distesa
-tempo sulle cose-
nei mutevoli pensieri
bramo il sorriso dei suoi occhi d’oceano
i denti eburnei.

Mi ha visto consumato
ripiegato su me stesso -vecchio sudario-
ha raccolto i frammenti
l’ha seppelliti nelle nuvole del golfo
con le lacrime -zampilli d’acqua salata-
m’ha condotto verso la redenzione dei suoi abbracci
la resurrezione di un amore infinito,
infinito come il cielo dov’ero sepolto!

martedì 6 gennaio 2009

Scatti bianchi (per strada)

Ghiaccio avvinghiato nelle giunture del paese.

Nivea luce riflessa illumina la sera…
il silenzio:
tacita neve
riversata traboccante,
cade

io nella mischia
- luogo da sommergere –
impastato nel ciclico tempo
- gelo bianco -
- sera eburnea -.


Nelle tasche
pugni di farina fradicia…

sventro neve calpestando

ferro nella carne: digrignano le suole!

Rap di seta

Rap di seta

…ce sta gente ca muore pe na pera d’eroina
e cocaina, mariujana, nu sciato ‘e liquore
e si se n’tosta ‘o pesce me faccio pure a na puttana.
Quanta lacrime, turmienti
na maniata ‘e fetienti
a gente, o munno ca giudica sultanto
ma ij me ne fotte e me ne vaco parianno!
‘O sballo chhiù forte è sapè ca tutta sta gente
ca se sbatte, fa rummore pe nu munno migliore
tene ll’ossa de guardie
e accire ‘a sangue friddo nu malato ‘e tumore!
Tene ‘o core dint ‘e palle
‘o sciato ca fete, so mmeriusi e peccatori
e dint ‘e sacche: bombe e curtielli p’accidere ‘o Priatore!
Offendono a Cristo cu ‘e preghiere, religioni
prianno ‘a Maronna pe nuj poveri ignoranti
senza fede, senza Padre e senza Spirito Santo
e poi accidono operai faticanno l’amianto!

Suoffre guagliò ca sta vita è pesante
ma siente a me
piglia curaggio
e cirche ‘e cammenà ogni gghiuorno cchiù nn’anze!
Nun te fa mai masto
ca na vita sola a vote nun avasta!

‘O sole me guardava
- ‘o tenevo n’faccia-
quanno da notte turnavo
e senza suonne, senza fame
n’ata “storia” ferneva.

Quanta vote m’aggia m’briacato
chiuso dint’ ‘a na casa
o mm’iezo ‘a na via
sulo
ancora cchiù sulo
pe cercà na vita cchiù vera
ma siente a me cumpà
so sulo suogni e chi spera.

Ogni mercoledì nc’oppa a Basentana
a primma matina pe gghì a Taranto allo truvà:
26 anni, è carcerato
ma isso nun ha fatto niente;
papà professore in pensione
fa ‘a casalinga mammà
io a Milano pe fatica!

Sta n’cummincianno n’atu campionato italiano e serie A
ije nun tenghe manco ‘e sorde pe magnà!
Ma cammina guagliò, scurcete ‘e maniche
lassa perdere ‘e canzone
nun sentì manco sti parole:
arraggiati, futtetenne
e vide ca dimane è cchiù belle pe chi nun s’accuntente!

domenica 14 dicembre 2008

Orme. Nunzia

L’orma di cera
- miei occhi nei tuoi -
arricchisce di luna
avvampa una lacrima di fuoco arrossando le pupille.

Hai l’immagine del vento
il calore della folla
le mani che masturbano
i nostri denti ingialliti dal fumo
la pressione del corpo
del mio petto sul tuo
del nostro sesso.

Hai la fine della notte sulle labbra
la spinta del risveglio
il disgelo di primavera
la rotondità della mela
la chiave nella porta.

Sei l’inferno
il sangue d’un bimbo
la mia saliva sulla faccia
sei l’altra parte della pallida luna

-l’aurora nei tuoi seni di miele-

sabato 22 novembre 2008

Terra n'fosa

Tanta storie m’aggia purtato appriesso
m’agghiuttevo ‘a malincunia
piglianno ‘a cavice ‘a verità!
Stu cielo che chiagne
assumiglia ‘a faccia mia ‘e st’ultime tiempe :
arraggiata ‘e lacrime
‘e dulore
- e penzieri ca nun m’apparteneveno cchiù -
comme quanne te siente astritto
e ‘a casa nun vuò turnà
pecchè si sulo!
Allora te ne staje sotto ‘o chiovere
penzanne ca tutta chest’ acqua
scenne pe t’accarezzà ‘a vita
l’anema
chello ca penzi e te turmenta
e staje llà
mmiezo ‘a via
tu, ‘e panne ca se spognano
‘a vita che è pavato
e ‘o riesto ca nisciuno maje te dà!
Che sacche chine ‘e sbaglie
me ne vaco fujenno
po Casale
pe tutta San Giuvanne
comme si ‘o mmale e tutte quante
s’arreversasse n’cuolle ‘a mme
me rignesse ‘o portafoglio
m’abbuffasse ‘e peccate
tutti chilli peccate
addò ij nun c’azzecco niente
e ca mò me porto dint ‘e sacche!
A vote pure si ‘e luce do munno
se stutasseno tutte quante
nun riesci a durmì
e ‘a notte te fotte
te fa paura
cchiù paura da morte!
Pecchè stasera
quanno schiove
nun te miette quacche cosa n’cuollo
e scinne cu me,
sbariamme pe mm’iezz ‘a via.
Cammenammo pe luce e sta città
e tutto ce pare cchiù belle,
pure chello ca schifamme!
Abbasce ‘o borgo marinaro
ce guardamme, ce tuccamme
comme si tutte cose fosse ‘o nuosto
e proprio llà
ogni suogne
ogni desiderio cchiù nascuso
se pò realizzà all’intrasatta.

martedì 18 novembre 2008

Croci d'autunno

La nebbia
infilzata nei rami
su tappeti di foglie fradice
minaccia all’orizzonte,
uno spettro di nuvole nasconde
l’alito del giorno.
Mi riverso per strada
- brocca vermiglia –
nelle luci dell’alba maledetta
fatua
la pianura nordica
si isola dal tempo
inchiodata dal risveglio.

sabato 8 novembre 2008

Appunti di una carovana

Nitido silenzio
lo palpo, lo sento addosso
come la febbre – crudelmente vivo-
netto: un colpo d’ascia nel legno.
Sto qui a consumarlo con una sigaretta!
La notte è una coltre lucente
immersa negli occhi che annegano nell’universo.

Ripercosso da un fauno

Nel silenzio della notte ho sciolto un nodo
ed il brusio ha scosso un eco
- dolce e fragoroso come il vento sulle foglie –
simile ad un sorriso.
Allora ho atteso che il ruscello
smettesse di sudare tra i ciottoli di un alveo
e mi sono specchiato
non temendo più il volto felice.
Ho pianto e ci ho sputato dentro
annaspando in cerca di quel viso fatto d’acqua
che in miliardi di gocce cristalline
ha rimasto sulla mano ansimante
sabbia, pietre ed un oblio malinconico!

Cenerina

Temo ripercorrere pagine vissute
- ciò che ho visto mi distrugge -
e mi penalizzi tu
che ostinata e snervante
ancora non odii la mia bocca...
ti condanni verso la mia croce
confondendola in un sicuro giaciglio.
Ti maledico quanto ti amo!